C’è qualcosa che forse ci riguarda tutti, anche se facciamo fatica a nominarla. Una perdita che non è immediatamente riconoscibile, che non riguarda qualcosa che avevamo ma piuttosto qualcosa che davamo per scontato: l’idea che il futuro fosse promettente.
La mia generazione ha sognato il futuro, ha sognato il poco lontano 2030 come una zona in cui ce l’avremmo fatta, a salvare il mondo dall’inquinamento ambientale, a sentirci uniti, ad allontanarci dai pericoli della guerra, ad assicurare benessere e prosperità.
È dura ammettere che le cose non stanno andando come avevamo previsto. Ancora più difficile dirci che non solo siamo nell’impasse ma che l’oggi ci terrorizza.
In clinica sappiamo che, di fronte a una perdita, la mente cerca appigli per non disintegrarsi. Un passaggio noto è quello di scivolare nella nostalgia, nella ripetizione di ciò che conosciamo. Ritornare al conosciuto, in fondo, è una funzione di tenuta: permette di contenere l’angoscia quando il futuro appare opaco, non rappresentabile, o eccessivamente minaccioso.
Il Dual Process Model del lutto descrive questo movimento come oscillazione: un pendolo che si muove tra orientamento alla perdita e orientamento alla ricostruzione. È un modello semplice solo in apparenza. Perché oscillare significa tollerare l’instabilità, accettare di non sapere, sostenere il vuoto tra ciò che è stato e ciò che ancora non c’è.
La sensazione, oggi, da questo piccolo spazio di osservazione che è la stanza di terapia è che questa oscillazione si stia riducendo.
La perdita viene riconosciuta, evocata, persino celebrata attraverso la nostalgia. Ma la ricostruzione fatica a prendere forma simbolica. Non diventa pensiero, progetto, immaginazione. Resta spesso sul piano della contrapposizione, della semplificazione, lontana e quasi inguardabile.
Il problema, allora, non è la nostalgia tout-court.
Il problema è quando la nostalgia perde la sua funzione transitoria (un moderno oggetto transizionale lo potremmo definire) e diventa un luogo definitivo. Quando anziché consentire il passaggio, lo sospende. Quando protegge dal dolore, ma ne paghiamo il prezzo con l’immobilità.
Forse la questione, oggi, non è se stiamo guardando troppo al passato, ma se siamo ancora in grado di stare nel non-ancora, senza doverlo riempire subito di qualcosa di già conosciuto.
Convivere con l’ambiguità di ciò che potrebbe essere.
Perché è lì, è nell’oscillazione che può accadere qualcosa di diverso, una trasformazione che non nega il trauma della perdita ma che può trasformare il come stiamo, come attribuiamo valore alla vita, come vediamo l’esistenza.
Oscillare quindi è una buona idea.
Perché è solo lì — in quello spazio instabile — che può succedere una ricostruzione che non sia una copia ma che sia futuro.
