Presto che è tardi

Controlli, irregolarità, inchieste, denunce, errori, debolezze, medici, confini, aziende, profitto, spread, chiusura, apertura, programmazione, passaporto, consumi, fondi, bonus, risparmi, scuola. Che cos’è questa lista? E’ ciò che ogni giorno soggiorna in ogni pagina di giornale, in ogni edizione di telegiornale, in ogni approfondimento online. Sono tre mesi che ci nutriamo di questo. Sono temi importanti? Certamente.
La questione non è non parlarne ma come parlarne. Continuando a declinare in negativo ogni argomento, alla realtà si applica un unico filtro: la paura.
Paura, paura, paura. Una fitta tenda scura davanti alle finestre del pensiero che si tinge di oscurità. Se è normale sentirsi tristi in questo momento, lo è meno nutrirsi di sola tristezza. Se è normale sentire distinte note stonate nella narrazione contemporanea ciò non significa che esista solo quella modalità di raccontare la realtà.
La questione è oggettiva: la verità ci sfugge e ci stiamo aggrappando alla sua ombra. Un’ombra che è pericolosa.
In un racconto/sceneggiatura di Emmanuel Carrère uscito per Adelphi (collana Microgrammi) dal titolo “Lingua straniera” c’è una questione che ci riguarda.
Il protagonista Mathieu si sveglia una mattina in un mondo che non parla più la sua lingua. La sua fidanzata, la portinaia, il barista, l’edicolante, ogni persona e cosa intorno a lui ha cambiato lingua. L’ idioma sconosciuto è ovunque, fuori e dentro casa, persino la segreteria telefonica sulla quale Mathieu registra un messaggio disperato, traduce la sua vecchia lingua nella nuova lingua. L’angoscia di Mathieu, nel trovarsi straniero in mezzo agli altri è violenta. Portato alla polizia per una scazzottata in un bar, Mathieu viene prelevato da due uomini con camici bianchi, perde i sensi e si risveglia parlando la lingua nuova, senza ricordare nulla di ciò che è accaduto solo il giorno prima. Mi si perdoni lo spoiler ma era necessario.
Siamo tutti Mathieu? Non ancora. Anche se siamo tutti venuti in contatto con una lingua straniera, da intendersi come “momento straniero” di cui non abbiamo capito nulla e la legge, i camici bianchi, ci hanno rimesso in riga.
Siamo intorpiditi, facciamo fatica ma teniamoci stretta la memoria dell’angoscia, perché è con quella che troveremo la maniera per restare vivi davvero.
E’ nella “nostra segreteria”, nel momento dell’inaspettata traduzione che può accadere qualcosa di creativo.
L’obbedienza alle regole del vivere civile non è in discussione, ma attenzione a obbedire al “sentire civile”. Schiacciandosi totalmente all’obbedienza si rischia di iniziare a parlare una lingua straniera anche del nostro sentire, una lingua simile al silenzio.
Restiamo lucidi, restiamo vivi, restiamo esseri parlanti davvero. E’ la parola che ci umanizza, la nostra parola articolata nella nostra personalissima lingua, e creerà lentamente la realtà in cui vivremo.

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