E tu … a cosa credi?

Credo fortemente nei circoli virtuosi. 

Credo che i gesti d’amore siano contagiosi, che praticare gentilezze a casaccio e atti di bellezza privi di senso sia l’unica maniera per dare un giro diverso al mondo. Non credo negli eroi, non più, non credo nei duri e puri, credo nell’imperfezione, credo nel singolo e non nelle masse. 

Credo che commuoversi sia una pratica da non dimenticare e ironizzare uno sport da praticare seriamente.

Credo nella forza e nella sensualità delle parole consapevoli, scritte, pronunciate, nascoste volontariamente tra le righe.

Credo che si debba dire, credo che si debba chiarire, credo che si debba resistere morbidamente alle storture dell’esistenza, anche quando dici ‘no basta non ce la faccio più’. 

Credo nella tensione al futuro, credo in quel movimento.

Credo ai sogni e alla fatica della salita per arrivare a toccarli. 

Credo nei limiti, nella responsabilità. Non credo al pessimismo, non credo a chi non ha ancora trovato un posto da cui parlare e parla a casaccio mentre lo cerca. 

Credo nel rispetto e lo metto all’ultimo posto perché è con scarpe rispettose che mi muovo nel mondo. 

Credo che sia tempo di dichiarare, dopo il reddito, la propria personale social responsibility.

Per contarci i valori e vedere cos’è rimasto.

Non chiamatelo Target

C’è una parola che ultimamente torna in continuazione nei discorsi che ascolto, in quelli a cui partecipo e nei ragionamenti che faccio: millennials.
La generazione dei 25-35enni su cui tutti stanno concentrando attenzioni e campagne marketing specifiche.
Alcuni allargano la forbice d’età facendola partire dai 15 anni ma è, in quel caso, una tendenza errata alla generalizzazione.
Per lavoro, negli ultimi tre anni ho letto libri autorevoli, analisi psico comportamentali, documenti riservati, domandandomi sempre la stessa cosa: ma, dieci anni fa, vent’anni fa, noi quarantenni di oggi non eravamo come loro?
Non siamo stati tutti millennials una volta nella vita?
Secondo me sì.
Ci siamo passati tutti dalla fase ego riferita, ci siamo passati tutti dall’urgenza di dire in svariati modi, ci siamo passati tutti, chi più, chi meno.
Oggi è mutato il contesto, certo, sono mutati i mezzi, sono diverse le prospettive, sono diversi i genitori, ma la sostanza, il centro esatto della questione che riguarda i ragazzi di oggi sta nell’aspirazione, drammatica o meno che sia, di essere centrali per qualcosa o qualcuno, differenti dagli altri, e sostanzialmente amati.
Lasciare un segno, cambiare il mondo, diventare qualcuno.
“Io, io, io” l’abbiamo gridato anche noi. Luis Miguel di più ma gli abbiamo fatto il coro però.
Millennials forse non è davvero un nuovo target, è più uno stato d’animo, una condizione dell’essere e dell’avere. 
Per questo forse ne parliamo così tanto senza capirci molto. Perché in fondo, da qualche parte, ci riguarda e ci appartiene, è la nostra storia.

Trecento persone in salotto

“A cosa stai pensando?”
Io con questa precisa domanda ci sono cresciuta. Direi quasi che mi sono strutturata intorno a questa domanda. Nella mia storia personale è una domanda che spesso mi è stata rivolta da chi non comprendeva il mio silenzio. A guardarla meglio è una domanda che sta nella sfera dell’intimità, della volontà di cogliere un significato taciuto e che ovviamente essendo taciuto andava affrontato delicatamente, con una domanda precisa come un bisturi.
Mia madre e mio padre, amici, nemici, amanti, diverse volte sono stati gli autori di questa domanda. E io stessa, quando vagavo nel buio della comprensione dell’altro ho chiesto sfoderando un’attitudine da chirurgo espertissimo di viscere. Continua a leggere

Poveri neonati

Intorno al pancione di una donna c’è un gran vociferare, un gran dire. Dai corsi di accompagnamento alla nascita, diretti da ostetriche estremiste e seguiti da future madri spaventate, fino al “rooming in estremo” non si fa che promuovere la “vita intrauterina”.
Intorno al neonato e alla neomamma quelle voci sparse si trasformano poi in un coro. E il coro canta la stessa lagna, ovunque ti giri senti l’angosciante ritornello: “Tu non conosci i bisogni di tuo figlio”… Continua a leggere

Prossima uscita Futuro

Sono nata professionalmente all’alba del web 1.0, cresciuta in quel parco tutta erba e pochi alberi in cui ciò che si faceva era tradurre e connettere informazioni. Si partiva dall’offline con una missione chiara: depositare l’informazione nella culla artificiale dell’HTML.
La passività di quell’operazione oggi appare come un dinosauro agonizzante, ultimo della sua specie. L’informazione veniva semplicemente presa e spostata, il confine era netto e spesso, un grande muro alto che pochi potevano attraversare a patto che conoscessero parole segrete e formule magiche impronunciabili. L’FTP era il bastone magico di Mago Merlino. Il parco non faceva rumore, c’era il silenzio… Continua a leggere

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Il più piccolo numero palindromo e nel contempo un’età che si specchia.

“Cosa vede in quello specchio?” chiedono al numero.

“Vedo quello che c’è e quello che non c’è, se mi sposto un po’ vedo quello che c’è stato e per certe punte è stato grandioso e per altre meno. Vedo anche davanti a me e ci sono nuove punte all’insù e nuove punte all’ingiù, non le so chiamare ora, saranno movimenti alterni, come sempre”… Continua a leggere

Si è aperta una finestra?

Ci sono volte in cui vorresti capire meglio ma non hai tempo. Ci sono volte in cui capisci solo una parte e il resto rimane ignoto, nascosto, lontano dalla reale comprensione, piantato in una zona di reale che non ha indicazioni stradali per arrivarci. Forse non si può camminare fino a quella zona. Forse delle volte è bene fermarsi a quello che il panorama offre senza azzardare altro. Puoi immaginare, puoi avere dubbi e farci quello che vuoi con i dubbi, nessuna realtà da accettare ma solo una zona di “boh” da costruire con desideri e bisogni… Continua a leggere